SAL DA VINCI VINCE SANREMO 2026: «FAMIGLIA NON SIGNIFICA SOLO MAMMA, PAPÀ E FIGLI. PER ME SONO FAMIGLIA DUE PERSONE CHE SI AMANO»

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Torna all’Ariston dopo 17 anni e lo vince. Ma quello che ha detto in conferenza stampa su amore, matrimonio e diritti LGBTQ vale più del leoncino d’oro.

Inciucioni miei, Sal Da Vinci ha vinto Sanremo 2026 con Per sempre sì — un brano sul matrimonio, sulla promessa d’amore, sul restare. E mentre il web discuteva se il tema fosse anacronistico, lui in conferenza stampa stava già spiegando che non lo è affatto. E lo ha fatto in un modo che in pochi si aspettavano.

La vittoria

Nato a New York il 7 aprile 1969 — sua madre aveva raggiunto il padre Mario Da Vinci durante la tournée americana del grande interprete della sceneggiata napoletana, scomparso nel 2015 — Salvatore Michael Sorrentino è napoletano nel cuore e nell’anima. Torna all’Ariston dopo 17 anni — l’ultima volta in gara era il 2009, con Non riesco a farti innamorare, terzo posto. Questa volta ha dominato la settimana dall’inizio alla fine. Ha interagito con pubblico, giornalisti e addetti ai lavori. Si è fatto voler bene da tutti. Durante la prima serata, ancora prima che aprisse bocca, dalla platea era già partito un coro sulle note di Rossetto e Caffè. E nella finale, il momento cult — il ballo improvvisato con Mara Venier in platea che ha fermato tutto l’Ariston.

Sul palco, con il leoncino d’oro in mano, ha detto: «Voglio condividere questo premio con la mia famiglia e dedicarlo a Napoli, la mia città».

La domanda sul matrimonio anacronistico

In conferenza stampa un giornalista gli chiede se Per sempre sì non lanci un messaggio un po’ fuori tempo, visto che oggi le separazioni superano i matrimoni. Sal Da Vinci non si sottrae — e risponde andando oltre quello che ci si aspettava: «Il messaggio potrebbe anche sembrare un po’ vecchio. Io non parlo di matrimonio nel senso classico e tradizionale, non sto parlando di quello, ma dell’amore in generale. Poi quando parlo di famiglia, non intendo sempre la famiglia tradizionale con i figli. Parlo in generale, per me due persone che stanno insieme, che fanno un viaggio di vita e che si promettono amore, per me sono famiglia».

I diritti LGBTQ e la libertà

A Radio Pride è andato ancora più in profondità. Senza esitazioni: «Per me l’amore è universale e non conosce confini. L’amore che racconto anche in questa canzone è per tutti. Chi siamo noi, chi sono io per giudicare, etichettare o dire “questo sì che è amore e questo no”? Chi sono per dire cosa si fa, cosa non si fa, cosa è giusto e cosa è sbagliato? Ognuno l’amore se lo spupazza a modo suo».

E sul concetto di libertà: «Come artista è ovvio che ho la responsabilità di raccontare l’amore a 360 gradi, non solo quello delle coppie etero. Oggi è fondamentale scegliere cosa raccontare e da che parte stare. I tempi sono cambiati, c’è anche un linguaggio diverso da rispettare. Io ho sempre vissuto con il cuore nel passato, ma la testa nella modernità. Ciò che mi auguro è la libertà per tutti».

Paola, la moglie da 33 anni

Per sempre sì non è solo un brano. È una lettera d’amore a Paola Pugliese, sua moglie da oltre trent’anni — due figli, tre nipoti, una storia costruita mattone dopo mattone fin da quando erano giovani. La canzone nasce da lì — da quella promessa fatta una volta sola e rinnovata ogni giorno.

L’inciucio

Inciucioni miei, Sal Da Vinci ha vinto Sanremo con un brano sul matrimonio — e poi in conferenza stampa ha spiegato che per lui il matrimonio non ha genere, che la famiglia non ha una forma sola, e che la libertà di amare non è una cosa banale. A 56 anni, con 33 anni di storia d’amore alle spalle e un leoncino d’oro appena conquistato, ha detto cose che molti artisti della sua generazione non direbbero. E le ha dette senza che nessuno gliele chiedesse davvero. Nel 2026 dovrebbe essere normale — dovrebbe far parte del pensiero collettivo, di un mondo che cambia e che evolve. Eppure non lo è ancora sempre. Perché vivere la propria vita senza farsi condizionare dai pregiudizi di chi ci circonda costa ancora parecchio a molte persone. E allora sentire un vincitore di Sanremo dire «chi sono io per giudicare» non è poco. È ancora, purtroppo, necessario. E questo è il vero Sal Da Vinci.

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