MINA, IL SILENZIO CHE FA RUMORE DOPO L’ADDIO A ORNELLA VANONI

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Inciucioni miei, Ornella Vanoni se n’è andata il 21 novembre 2025, a Milano. Fine della corsa, sipario, applausi che arrivano tardi e fanno male. 

E mentre mezza Italia si sbraccia a ricordarla, a salutare, a citare “Senza fine” come se fosse una preghiera personale, succede una cosa che ha acceso più chiacchiere di un falò in piena notte: di Mina, nessun saluto pubblico riconoscibile, nessuna nota, nessun pensiero affidato a giornali o comunicati. E no, non sto dicendo che non abbia provato dolore. Sto dicendo che fuori, nella piazza delle parole, non è arrivato niente. E la piazza, quando non riceve, inventa.

Il punto è questo: Mina è Mina anche quando non c’è. Però qui parliamo di Ornella Vanoni. Una che, fino a ieri, prendeva la vita e la raccontava con quella faccia da “che volete”, con un’ironia che tagliava, e una verità che bruciava. E adesso che la verità non può più dirla lei, l’assenza di Mina è diventata un caso, un rumore, una domanda.

Il caso del non detto

Nei giorni dell’addio, Milano l’ha salutata sul serio: camera ardente al Piccolo, funerali alla chiesa di San Marco, gente in fila, colleghi, istituzioni, parole dappertutto. 

Dentro quel fiume di ricordi, la figura di Mina resta fuori. Non nel senso fisico soltanto. Proprio fuori dal coro pubblico.

E qui i fan si dividono in due eserciti.

C’è chi dice: “Mina è riservata, non deve spiegare nulla”.

E c’è chi risponde: “Ma proprio tu, tu che sei stata la sua pari, tu non dici una parola”. Perché quando muore una regina, un’altra regina che tace fa notizia. È crudele, ma è così.

Due voci, due poteri diversi

Ornella e Mina sono state raccontate per decenni come rivali, sorelle, nemiche, amiche, “conoscenti”, come ti pare. La verità è che erano due potenze diverse, e per questo venivano messe una contro l’altra.

Ornella stessa, parlando di Mina, ha ridimensionato la favola dell’amicizia da romanzo: più che “amiche per la vita”, “ottime conoscenti”. 

Però, allo stesso tempo, Ornella non ha mai negato la frequentazione, gli aneddoti, quel pezzo di giovinezza condivisa a Milano, quando Mina giocava a carte con ferocia e lei, Ornella, rideva e si perdeva. 

E poi c’è quella frase che ti resta appiccicata addosso, detta per spiegare la differenza tra le due: l’immagine di Mina come una tromba che ti stordisce, e Ornella come un soffio che ti sbatte al muro. Un paragone attribuito ad Alex Britti e riportato da Vanoni con gusto, come se stesse dicendo: “Sì, ok, Mina è un cannone. Ma io so colpire lo stesso”. 

Ecco perché fa rumore questo silenzio. Perché non è solo un “non ho scritto un messaggio”. È un non gesto dentro una storia che, nel bene e nel male, la gente ha sempre vissuto come un derby di regine.

Ornella, l’anti diva che era più diva di tutte

Ornella Vanoni non era solo una cantante. Era un modo di stare al mondo. Era una che arrivava dal teatro, dal Piccolo di Milano, da quell’aria da palcoscenico vero, prima ancora della canzone leggera. 

Poi è diventata la voce di “Senza fine”, “Che cosa c’è”, “La musica è finita”, “L’appuntamento”. Canzoni che non sono solo canzoni: sono stati d’animo con il trucco sbavato.

E negli ultimi anni aveva pure conquistato un pubblico nuovo, grazie alla televisione, ma soprattutto grazie a quella sincerità senza filtro che oggi nessuno ha più il coraggio di reggere davvero. ANSA la racconta così: presente fino all’ultimo, imprevedibile, allergica al perbenismo. 

Rolling Stone l’ha scritta ancora più chiara: non la potenza pura di Mina, ma un’eleganza dentro la dissolvenza, una pausa che raccontava più di mille acuti. 

Insomma, Ornella era una che “spariva” anche quando era lì. Ma quando se n’è andata davvero, l’Italia se n’è accorta tutta insieme.

Mina, l’assenza come identità

E ora Mina.

Mina è un caso unico: una superstar che ha scelto di togliersi di mezzo, ma senza smettere di esistere. L’ultimo concerto alla Bussola è del 23 agosto 1978. Da allora, niente apparizioni pubbliche: solo dischi, voce, mito. 

E infatti è qui che l’indignazione si sgonfia e diventa domanda vera: ma possiamo pretendere “il gesto pubblico” da una donna che da quasi mezzo secolo vive fuori dalla scena?

Non è una scusa, è un fatto. Mina ha trasformato il silenzio in stile. E quando il silenzio è lo stile, ogni eccezione diventa un evento. Anche un saluto.

Qui sta la contraddizione: proprio perché Mina parla raramente, quando “non parla” succede lo stesso. E se dall’altra parte c’è Ornella Vanoni, che invece parlava anche col sopracciglio, l’effetto è doppio.

Tra loro: risate, carte, e una lite che è diventata leggenda

Se c’è una cosa che Ornella ha regalato su Mina, sono i racconti. Non quelli zuccherosi. Quelli veri, spigolosi, divertenti.

Ha raccontato le partite a carte, la testardaggine di Mina, la sua “cattiveria” da gioco, e pure quella frase, pesantissima e umanissima, detta al telefono: “vigliacca”. 

Una storia che è tornata fuori anche nelle ultime settimane, con estratti e interviste ripescate: il rapporto non era una favola, era una cosa viva, con le crepe e i silenzi, come tutte le cose vere. 

Eppure, nonostante le crepe, c’è stato anche un momento simbolico, una specie di stretta di mano artistica: “Amiche mai”, il duetto del 2008. Un titolo che già da solo è un romanzo, perché sembra negare e confermare nello stesso secondo. 

Quindi capisci perché, davanti alla morte di Ornella, la gente si aspettava almeno una riga. Non per dovere. Per storia.

Il punto che nessuno vuole dire: forse il saluto c’è stato, ma non lo vedremo mai

Qui bisogna essere onesti, Inciucioni miei: noi vediamo solo ciò che viene messo in vetrina. E Mina, la vetrina, l’ha chiusa da una vita.

È possibile che il cordoglio sia arrivato in privato. È possibile che ci sia stata una telefonata, un messaggio attraverso persone vicine, una cosa da adulti, senza spettacolo. È possibile, e sarebbe pure coerente con Mina.

Ma il pubblico non ragiona così. Il pubblico ragiona per simboli. E il simbolo, oggi, è questo: Ornella se n’è andata e la sua “pari” non si è affacciata, almeno pubblicamente, sul balcone.

E allora scatta la domanda cattiva, quella che fa clic: “Perché”.

Due carriere, un’epoca sola

La cosa più assurda è che, guardandole insieme, capisci che non erano “due cantanti”. Erano due modi di essere donna nello stesso Paese, nello stesso tempo.

Mina: la forza, la precisione, l’acuto che ti travolge, la voce che è diventata unità di misura. Un mito che vende ancora oggi come se il tempo non la riguardasse. 

Ornella: l’interpretazione, il teatro dentro la canzone, la sensualità triste, l’ironia come difesa, la verità come vizio.

Quando Britti le ha descritte con tromba e soffio, non stava facendo un complimento a una e un dispetto all’altra. Stava dicendo che la botta può arrivare in due modi. O ti sfonda la porta, o ti entra sotto pelle. 

E forse è anche per questo che oggi fa male: perché quella “pelle” che Ornella sapeva toccare, adesso non parla più. E chi poteva rispondere con un altro colpo, anche solo simbolico, ha scelto di non farlo vedere.

Il saluto più grande, alla fine, non è un post

Lo so, sembra una frase da santino. Però guardiamo in faccia la realtà: Ornella Vanoni non aveva bisogno di essere “celebrata”. Era già storia, mentre respirava.

La sua città l’ha salutata, la musica l’ha pianta, il mondo se n’è accorto. 

E Mina, con il suo silenzio, paradossalmente ha ricordato a tutti una cosa: le vere icone non si comportano come noi. Non fanno quello che ci aspettiamo. Non recitano per forza la parte della commozione pubblica.

Questo non spegne l’indignazione dei fan, perché la pancia vuole il gesto, vuole il segno, vuole la frase da incorniciare. Ma forse il punto è che Mina, se anche ha pianto, lo ha fatto come ha sempre vissuto: fuori scena.

E Ornella, che amava la verità più del bon ton, probabilmente avrebbe detto una cosa del tipo: “Ma che ve ne importa. Pensate alle canzoni”.

E allora facciamolo davvero.

Ascoltate Ornella. Riascoltate Mina. E smettetela di chiedere alle leggende di essere normali, perché non lo sono mai state. E per fortuna.

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