Inciucioni miei, stavolta non è la solita rissa da salotto né l’ennesimo botta e risposta buono per due commenti e tre storie. Qui si parla di tribunale, di soldi veri e soprattutto di un messaggio chiarissimo: se trasformi le allusioni in un business, prima o poi qualcuno ti presenta il conto con lo zero in più.
Mediaset e MFE hanno annunciato l’avvio di azioni civili risarcitorie per un importo complessivo di 160 milioni di euro contro Fabrizio Corona e contro società a lui riconducibili. Il motivo, detto senza giri di parole dall’azienda, è la richiesta di risarcimento per danni reputazionali e patrimoniali legati a contenuti diffusi dal progetto “Falsissimo” e dallo stesso Corona, descritti come un insieme di “menzogne, falsità e insinuazioni” accompagnate da una “violenza verbale inaudita”. Tradotto in lingua nostra: non è “critica”, non è “satira”, non è “racconto”. Secondo Mediaset è fango organizzato, spinto e monetizzato.
E qui arriva la parte che fa rumore, perché non si parla solo del gruppo come entità astratta. Nel comunicato e nei resoconti giornalistici vengono citati, come soggetti lesi insieme all’azienda, anche Marina Berlusconi e Pier Silvio Berlusconi, oltre a volti simbolo della rete come Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti e Samira Lui. Il punto non è la lista dei nomi, il punto è il senso: Mediaset sta dicendo che quando colpisci il marchio, colpisci anche le persone che quel marchio lo rappresentano. E se quelle persone diventano bersaglio di insinuazioni, l’azienda reagisce come reagirebbe per un danno industriale.

La scelta della cifra è tutto fuorché casuale. Centosessanta milioni non sono “ti porto in giudizio e vediamo”. Sono un cartello luminoso: questo, per Mediaset, è il valore del danno e il prezzo del metodo. E infatti nel testo si legge un’altra frase che pesa come un macigno: “Non si tratta di gossip, né di pettegolezzo”, ma di “un meccanismo organizzato e sistematico” in cui “la menzogna diventa uno strumento di lucro”. Cioè: non è solo che dici cose, è che ci guadagni. E se ci guadagni, diventa anche più facile sostenere che non è un’opinione sparata a caso, ma una macchina pensata per far girare soldi e attenzione.
Non basta. Mediaset si riserva di agire anche contro chi “incentiva, amplifica o diffonde consapevolmente” quei contenuti. Questa è la parte che dovrebbe far sudare freddo non solo a chi produce, ma anche a chi rilancia con leggerezza, a chi condivide “per ridere”, a chi fa il tifo come se fosse una partita. Perché la rete è piena di gente convinta che ripostare sia un gesto neutro. Qui il messaggio è l’opposto: se sai cosa stai diffondendo e lo fai lo stesso, potresti non essere più invisibile.
In mezzo a questo scontro c’è anche la faccenda delle rimozioni e degli oscuramenti online legati al format “Falsissimo”, con piattaforme che hanno tolto contenuti e profili dopo segnalazioni e diffide, e con un clima legale già acceso anche per vicende parallele. Ma il cuore della notizia resta uno: Mediaset sta provando a spostare l’asticella. Dal chiacchiericcio all’aula di tribunale. Dalla sparata all’atto formale. Dal “tanto domani passa” al “domani paghi”.
E se davvero le somme eventualmente riconosciute finissero nel fondo annunciato per l’assistenza legale alle vittime di stalking, reati del Codice Rosso e cyberbullismo, allora l’operazione avrebbe pure una seconda faccia: prendere una guerra di reputazione e trasformarla in una bandiera pubblica. Una mossa che, piaccia o no, costringe tutti a scegliere da che parte stare: quella del contenuto che brucia perché fa clic, o quella del limite che, quando si supera, arriva con una citazione in giudizio.


