LO STATO DELLE COSE CHIUDE E GILETTI LANCIA LA STILETTATA “VIVA IL MERITO”

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Inciucioni miei,

qui la faccenda non è una semplice chiusura di programma. Qui c’è odore di decisione che fa rumore, di frase che pesa, di equilibrio che si rompe. Perché Lo Stato delle Cose, il talk di Massimo Giletti, chiude in anticipo su Rai3. E no, non per ascolti disastrosi. Anzi.

Il programma viaggiava intorno al 7% di share, con oltre un milione di spettatori. Numeri solidi per Rai3, numeri che in quella fascia non sono affatto scontati. Eppure stop. Ultima puntata il 31 marzo. Sipario.

La motivazione ufficiale? Esaurimento del budget.

Ed è qui che parte l’inciucio vero.

Perché quando un programma funziona e viene chiuso parlando di soldi finiti, la domanda è inevitabile: possibile che non si sappia fare un conto a inizio stagione? Possibile che una produzione venga pianificata senza copertura fino alla fine? Oppure il budget è la formula elegante per dire altro?

Giletti non ha fatto una conferenza stampa infuocata. Non ha urlato. Non ha accusato. Ha scritto tre parole: “Viva il merito”.

Tre parole che sono una carezza? No. Sono una lama sottile.

Perché quando uno lavora, porta ascolti, tiene una rete in piedi il lunedì sera, costruisce dibattito, crea attenzione e poi si ritrova fuori per “budget”, il concetto di merito diventa inevitabilmente ironico.

Negli ultimi mesi Lo Stato delle Cose aveva toccato temi forti, inchieste delicate, ospiti discussi. Alcune puntate hanno generato polemiche, specialmente quando si entra in territori scomodi. E quando la tv pubblica si muove su terreni sensibili, le tensioni non mancano mai.

Ma la questione centrale resta una: se i numeri c’erano, perché fermare tutto?

Rai3 non naviga nell’oro degli ascolti. Un talk che supera il milione di spettatori è una pedina importante nel palinsesto. Non è un dettaglio sacrificabile con leggerezza. E allora la chiusura assume un altro peso: simbolico.

Il messaggio che passa è complicato. Perché sembra dire che il risultato non basta. Che il lavoro non basta. Che l’equilibrio tra contenuto e gestione aziendale può cambiare in qualsiasi momento.

Giletti non è nuovo a partenze e ritorni televisivi. La sua carriera è fatta di strappi, rientri, scelte controcorrente. Ma questa chiusura ha un sapore diverso. Non è un flop. Non è una cancellazione silenziosa. È un’interruzione anticipata di qualcosa che stava camminando.

E quel “Viva il merito” resta lì, sospeso.

Non è una resa. È una dichiarazione. È un modo per dire: giudicatemi sui fatti. Sui numeri. Sul lavoro. Non sulle dinamiche interne.

Adesso resta da capire cosa succederà. Giletti resterà in Rai? Tornerà altrove? Il talk verrà sostituito da un altro format più allineato, meno spigoloso, più gestibile?

Una cosa è certa: quando un programma di approfondimento chiude mentre funziona, non è mai una semplice nota di palinsesto. È un segnale.

E nel mondo della televisione pubblica, i segnali contano più degli slogan.

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