Inciucioni miei Ornella Vanoni era una che non lasciava niente al caso. Nemmeno il suo funerale.
Negli ultimi tempi ne parlava come si parla di un viaggio già prenotato: senza ansia, senza drammi, quasi con un po’ di ironia. Diceva: “La morte fa parte della vita, prima o poi arriva… e io voglio farmi trovare pronta.”
E pronta lo era davvero.
Aveva fatto testamento, aveva scelto la musica, aveva deciso come doveva essere salutata.
E sì, aveva scelto anche l’abito.
Non un vestito qualunque:
uno di Dior.
Proprio così. Con quella sua eleganza naturale, aveva detto: “Il vestito ce l’ho, è Dior.” Serena, pratica, come se stesse parlando di cosa mettere per un gala.
Voleva essere cremata, niente cerimonie pesanti, niente cose inutili. E le ceneri?
Il suo desiderio era semplice e poetico: spargerle nel mare, magari a Venezia, un posto che amava da sempre.
Nelle interviste ripeteva che non aveva più paura: “Oggi con la morfina si muore dolcemente, non si soffre più.” E aggiungeva sempre, con una lucidità che spiazzava: “Io vivo finché la vita mi dà qualcosa… quando smette, è giusto andare.”
Era stanca degli acciacchi, della lentezza che arriva con l’età, e lo raccontava sempre con quel suo modo ironico e leggero: rideva della maglia che non le riusciva, delle serie che finiva tutte in una notte, dei libri che divorava quando aveva voglia di staccare.
Ma una cosa è certa: sulla sua vita e sulla sua uscita di scena voleva avere lei l’ultima parola. E se l’è presa, come ha sempre fatto.


