Inciucioni miei, chiamarlo “scultore” è corretto ma non basta. Jago è uno di quelli che prendono il marmo, materiale freddo e spietato, e lo trasformano in carne, respiro, nervo scoperto. E nel 2025, in un mondo dove tutti vogliono essere visti per forza, lui fa la cosa più rara: ti costringe a guardare davvero.
Il paragone con Donatello non è la solita frase buttata lì per fare scena. Donatello, nel suo tempo, ha preso la scultura e l’ha portata fuori dalla posa da santino: ha messo l’uomo al centro, con la sua faccia vera, con la sua fragilità, con quella verità che a volte è pure scomoda. Jago fa la stessa cosa oggi. Solo che invece delle corti rinascimentali ha le piazze, le chiese riaperte, le persone comuni che entrano e restano zitte davanti a un blocco di marmo come se fosse una confessione.
Chi è Jago e perché è diventato un caso
Jago è lo pseudonimo di Jacopo Cardillo, nato a Frosinone nel 1987. Ha studiato al liceo artistico e ha frequentato l’Accademia di Belle Arti, che poi ha lasciato. Questa cosa, nel mondo dell’arte, vale quanto una bestemmia detta in chiesa: o ti snobbano o ti guardano con sospetto. Lui invece se n’è fregato e ha costruito un percorso che oggi lo mette al centro della scena contemporanea. 
A 24 anni viene selezionato per partecipare alla Biennale di Venezia del 2011, e già lì si capisce che non è uno che passa per caso. 
Poi arriva uno dei momenti più discussi e più “Jago” di tutti: il busto di Benedetto XVI. Nel 2012 riceve la Medaglia del Pontificato per quell’opera e, dopo le dimissioni del Papa, modifica il busto spogliandolo della veste, portandolo a un torso nudo e chiamandolo Habemus Hominem. Non è solo una provocazione: è una dichiarazione di poetica. Via l’icona, resta l’uomo.
Donatello, ma con le ferite del presente
Se Donatello ha raccontato il suo secolo con santi, guerrieri e madonne che avevano finalmente un’anima, Jago racconta il nostro con un’altra materia prima: il dolore contemporaneo. Non quello recitato, quello che trovi nei notiziari e poi ti scordi, quello che ti passa davanti e tu fai finta di niente.
La differenza è che lui non lo racconta con un post moralista. Lo mette nel marmo. E quando una cosa finisce nel marmo, non scappa più.
Il marmo come lingua madre
Il marmo, di solito, è il materiale della distanza: bello, eterno, imbalsamato. Jago lo usa al contrario. Gli interessa la pelle, la tensione dei muscoli, l’impressione che il corpo sia vivo anche quando è immobile. Questo è uno dei motivi per cui il pubblico lo capisce subito, anche senza lauree e senza critici in tasca: perché le sue opere parlano una lingua fisica, diretta.
Ed è qui che torna l’idea del “Donatello del nostro secolo”: non per copiare il passato, ma per quella capacità di fare una cosa antica e renderla attuale senza farla sembrare un esercizio.
Le opere che hanno costruito il mito
Habemus Hominem, quando il potere perde il costume
Habemus Hominem è l’opera che ha fatto discutere perché ha tolto la maschera al simbolo. L’operazione è semplice e feroce: spogli il Papa, lo riporti a essere un uomo. E a quel punto la domanda diventa una sola: che cosa resta, quando il potere non ha più divisa, rituali e protezioni. 
Il Figlio Velato, il colpo allo stomaco che non passa
Il Figlio Velato è uno dei lavori più devastanti. È un bambino disteso, coperto da un velo, ispirato al Cristo Velato di Sanmartino, ma con un’intenzione tutta contemporanea: non è devozione, è denuncia. L’opera viene collocata nel 2019 nella Cappella dei Bianchi, nella chiesa di San Severo fuori le mura, nel Rione Sanità di Napoli. 
Qui il marmo fa una cosa assurda: sembra tessuto. E quel “tessuto” sopra un corpo piccolo ti costringe a pensare a tutte le vittime innocenti che il nostro tempo si mangia e poi dimentica.
The First Baby, un feto di marmo nello spazio
Se vi sembra che l’arte contemporanea sia solo roba da gallerie e prosecco, questa vi cambia idea. Nel 2019 Jago manda una scultura in marmo sulla Stazione spaziale internazionale, The First Baby, un feto. L’opera torna sulla Terra nel 2020 con la missione e diventa una di quelle storie che sembrano finte e invece sono vere: marmo nello spazio, e noi qua a litigare per le visualizzazioni.
Look Down, il neonato incatenato e la vergogna pubblica
Look Down è un’altra immagine che non si dimentica: un neonato incatenato. L’opera viene installata a Napoli in Piazza del Plebiscito nel 2020 come invito a guardare i problemi della società invece di far finta di niente. 
E negli anni continua a girare, perché è una scultura che non vuole restare ferma: è un cartello stradale del senso di colpa collettivo. Sul sito dell’artista sono indicate esposizioni anche all’estero, tra cui New York nel 2024. 
Pietà, il sacro senza zucchero
Nel 2021 Jago colloca la sua Pietà nella Basilica di Santa Maria in Montesanto a Roma, la Chiesa degli artisti. Anche qui non c’è ricerca del “bello” come trucco, c’è un dolore diretto, umano, senza effetti speciali. 
Jago e Napoli, quando un quartiere diventa un museo vivo
C’è un punto in cui Jago smette di essere solo “l’artista” e diventa anche un fatto culturale e sociale. Nel 2023 apre al pubblico lo spazio noto come Jago Museum nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel Rione Sanità. Non è solo una sede espositiva: è il simbolo di un luogo che rinasce e si riempie di persone. Il giorno dell’inaugurazione si parla di migliaia di visitatori. 
E il bello è che questa storia non è raccontata come beneficenza da copertina. È raccontata come una cosa concreta: un posto riaperto, un percorso, opere visibili, giovani coinvolti, un quartiere che si prende spazio culturale vero.
La grande mostra e il salto definitivo
Nel 2022 Palazzo Bonaparte a Roma ospita una grande mostra dedicata a Jago, Jago. The Exhibition. È uno di quegli appuntamenti che servono a una cosa: dire al pubblico generalista che non è un fenomeno da nicchia, ma un autore con un peso preciso. 
Il David di Jago, la tradizione ribaltata
E visto che oggi siamo nel ventunesimo secolo e la tradizione è un campo minato, Jago ci mette pure il piede sopra. Nel 2025 le Gallerie d’Italia di Napoli ospitano la scultura David di Jago, una reinterpretazione che gioca con l’iconografia classica e la ribalta: postura, fionda, pietra, coraggio, rivalsa. 
Qui sta il punto: Jago non scappa dai “mostri sacri”. Li affronta. E li usa per parlare di adesso.
Perché piace anche a chi “non capisce nulla di arte”
Jago funziona perché non ti chiede di fare finta. Non ti mette davanti a un concetto astratto e poi ti colpevolizza se non lo capisci. Ti mette davanti a un corpo, a un bambino, a una catena, a un velo, a una pietà. Ti mette davanti a qualcosa che senti. E quando senti, capisci.
In più, lui ha una particolarità che nel mondo dell’arte spesso manca: comunica. Racconta i processi, fa vedere il lavoro, porta le persone dentro la materia. Non è solo strategia, è parte della sua identità pubblica, tanto che anche fonti che parlano della sua attività sottolineano la sua capacità di comunicare e costruire un rapporto diretto con il pubblico.
Il “Donatello del nostro secolo” non è un complimento, è un segnale
Dire “Donatello del nostro secolo” non significa mettergli addosso una corona. Significa riconoscere un fatto: oggi pochi scultori riescono a essere popolari senza diventare banali, e profondi senza diventare incomprensibili.
Jago ci riesce perché ha capito una cosa semplice: la scultura, quando è vera, non è arredamento. È una presenza. Ti guarda lei.
E se vi state chiedendo perché un artista così fa parlare pure chi non frequenta musei, la risposta è questa: perché tocca la parte più scomoda di noi, quella che non si può mettere in posa.


