Inciucioni miei.
C’è qualcosa di profondamente marcio nel regno di Danimarca, scriveva qualcuno di molto più celebre di me. Ma se spostiamo lo sguardo un po’ più a ovest, verso le brughiere inglesi e i salotti dorati di Buckingham Palace, il marcio non è solo un’ipotesi letteraria: è una puzza stantia che nemmeno tutto il pot-pourri del mondo riesce più a coprire. La notizia dell’arresto del Principe Andrea – o meglio, di Andrew Mountbatten-Windsor, visto che i titoli sono volati via come foglie secche in autunno – non è un fulmine a ciel sereno. È lo schianto di un aereo che avevamo visto perdere quota per anni.
Diciamocelo chiaramente, senza i guanti di velluto che si usano per non offendere la Corona: la caduta di Andrea non è la tragedia di un uomo ingenuo, ma la parabola grottesca di chi ha creduto che il lignaggio fosse uno scudo spaziale contro la decenza. Le accuse che leggiamo sono pesanti come macigni: abuso d’ufficio, documenti riservati passati a quel predatore seriale di Jeffrey Epstein, una gestione del potere pubblico come se fosse il giardino di casa propria. Se tutto questo venisse confermato, non saremmo di fronte a una semplice “amicizia sbagliata”, come lui ha tentato goffamente di bofonchiare nelle interviste più catastrofiche della storia della televisione, ma a una vera e propria collusione criminale.
Il punto non è solo l’arresto. Il punto è l’arroganza del sistema. Andrea ha passato anni a nascondersi dietro i paramenti reali, sperando che il tempo, il silenzio della Regina o la distrazione dei sudditi cancellassero le tracce di quegli incontri nei palazzi di New York o sulle isole private. Ma i file di Epstein sono come fantasmi che non hanno intenzione di trovare pace. Emergono nomi, saltano fuori date, e improvvisamente quel sorriso sornione da “playboy di corte” si trasforma nella smorfia di chi sa che la festa è finita e le luci della polizia fuori da Wood Farm non sono lì per fargli la scorta.
È quasi poetico, in modo brutale, che la fine del “figlio prediletto” arrivi per mano della giustizia terrena, proprio mentre la monarchia cerca disperatamente di rifarsi il trucco sotto Re Carlo III. Andrea è diventato il simbolo di tutto ciò che la gente non sopporta più: l’impunità dei piani alti. Mentre il mondo normale fatica a pagare le bollette, nei piani nobili si giocava a scambiarsi segreti di stato con condannati per reati sessuali. È un insulto all’intelligenza collettiva.
L’ex Principe ha sempre negato. Ha dichiarato “rammarico”. Il rammarico si prova quando si rompe un vaso di porcellana della nonna, non quando si finisce invischiati in una rete di sfruttamento e traffico di influenze che fa accapponare la pelle. Il silenzio che ha mantenuto dopo la pubblicazione degli ultimi file governativi statunitensi non è dignità: è il mutismo di chi ha finito le scuse e si accorge che il terreno sotto i piedi è diventato sabbia mobile.
Cosa resta ora? Resta l’immagine di sei veicoli della polizia e agenti in borghese che violano la sacralità di Sandringham. È la fine di un’epoca. È la dimostrazione che il sangue blu bolle esattamente come quello rosso quando la pressione della verità diventa insostenibile. La BBC riporta i fatti, la Thame Valley Police esegue gli ordini, ma il tribunale della storia ha già emesso la sua sentenza da un pezzo.
Non possiamo permetterci il lusso dell’indulgenza verso chi ha avuto tutto dalla vita e ha scelto di usarlo per banchettare con i mostri. Se la giustizia farà il suo corso, vedremo se le mura di una cella saranno confortevoli quanto quelle di un castello. Una cosa è certa: la corona ha perso un altro pezzo, e questa volta non c’è oro che tenga per riparare il danno. Il Principe è nudo, ed è uno spettacolo che non avremmo mai voluto vedere, ma dal quale non possiamo più distogliere lo sguardo. Benvenuti nella realtà, Maestà. È meno profumata di quanto pensaste.


