GALI, L’UNICA VOCE FORTE DELLA CERIMONIA. “CI SONO COSE CHE NON FAREI MAI… LA GUERRA”

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Inciucioni miei,

alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 non è andata in scena solo una parata di luci, nomi grossi e momenti studiati al millimetro. A un certo punto è arrivato Ghali e ha fatto una cosa semplice, pulita, potentissima: ha preso il silenzio che di solito si mette addosso alle grandi cerimonie e l’ha trasformato in un messaggio chiaro, comprensibile da chiunque, senza bisogno di urlare, senza bisogno di effetti speciali.

Prima mettiamo ordine, perché pure su questo c’è stata confusione: la cerimonia si è svolta a Milano, allo stadio di San Siro, il Giuseppe Meazza. E non è stata una cerimonia “chiusa” in un solo punto: il progetto di Milano Cortina è stato pensato come evento diffuso, con collegamenti e momenti simbolici anche in altre località olimpiche. Ma il cuore mediatico, quello che si è preso gli occhi del mondo, era lì: San Siro.

E proprio lì Ghali è diventato, per molti, la voce più dritta dell’intera serata.

Non ha scelto la scorciatoia della frase ad effetto. Ha scelto Gianni Rodari. Sì, Rodari: parole che sembrano leggere, e invece dentro hanno una forza che taglia. Ghali ha recitato i versi di “Promemoria” e in mezzo ci ha infilato il punto che è rimasto addosso a tutti: “Ci sono cose da non fare mai… per esempio la guerra”. Fine. Nessun giro strano, nessuna acrobazia. Una riga che, detta su quel prato, con addosso il peso di un evento planetario, diventa un pugno elegante.

La cosa furba, e anche bella, è che Ghali non ha fatto il profeta né il maestro. Ha fatto l’artista. Ha preso una poesia e l’ha messa dentro una cornice gigantesca, davanti a un pubblico che non era solo italiano. E infatti quel messaggio lo ha reso accessibile, cambiando lingua, passando dall’italiano ad altre lingue, come a dire: questa frase non appartiene a una bandiera, appartiene alle persone. In un evento che parla di popoli, di gare, di confini che si incontrano, lui ha scelto la frase più olimpica possibile: ricordarsi che ci sono cose che non dovrebbero esistere proprio.

E mentre lui portava quella linea limpida, intorno si muoveva la coreografia: immagini collettive, corpi che disegnavano simboli, un’atmosfera pensata per essere vista anche da chi non conosce una parola d’italiano. Risultato? Ghali è riuscito a fare la cosa più difficile: non farsi schiacciare dal contesto. Anzi, usarlo. San Siro, pieno, in mondovisione, e lui che non si mette a fare il personaggio, ma mette al centro un concetto.

Ovviamente, dopo, sono partite le reazioni. Come sempre. C’è chi ha applaudito perché finalmente qualcuno ha detto qualcosa di umano in mezzo al cerimoniale. C’è chi ha storto il naso perché quando un artista parla di guerra e pace, c’è sempre qualcuno che lo vorrebbe muto, decorativo, “buono solo a cantare”. E poi c’è stata anche la discussione sul racconto televisivo della serata: diversi spettatori hanno notato un’attenzione che, in alcuni momenti, sembrava non restituire fino in fondo la presenza di Ghali. E pure questo, paradossalmente, ha aumentato il peso del suo passaggio: quando un momento è forte davvero, non lo cancelli con due parole in meno o con una narrazione fredda. Resta lo stesso.

Il punto, Inciucioni miei, è che Ghali ha fatto la cosa più rara: è stato contemporaneo senza risultare costruito. Ha portato un messaggio pacifista senza cadere nella predica. Ha scelto la cultura popolare più intelligente, Rodari, e l’ha trasformata in una scena da ricordare. Non perché “scandalosa”, non perché “divisiva”, ma perché vera. Perché, mentre tutti correvano dietro alla performance perfetta, lui ha messo una frase che vale più di mille fuochi d’artificio.

E allora sì: se una cerimonia è fatta per raccontare i valori, Ghali non ha riempito un minuto di scaletta. Ha riempito un vuoto. E lo ha fatto con una riga che, detta lì, su quel prato, davanti al mondo, suona come l’unica cosa che avrebbe dovuto dire chiunque: ci sono cose che non si fanno. Mai.

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