DUECENTOMILA DOLLARI, LOS ANGELES E LA PLAYMATE: CORONA, LELE MORA E IL CASO JENNY MCCARTHY

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Inciucioni miei, nella docuserie Netflix Fabrizio Corona: Io sono notizia c’è una scena che sembra scritta apposta per far capire com’era quel mondo: soldi che girano veloci, “ingaggi” usati come scusa buona per tutto, e il confine tra lavoro e vita privata che si scioglie come ghiaccio nel bicchiere.

Il nome giusto, prima cosa, è Jenny McCarthy. Parliamo della modella e personaggio tv statunitense che in quegli anni era un volto enorme e che viene ricordata anche per Playboy, oltre che per il ruolo da conduttrice degli MTV Europe Music Awards del 1998 a Milano.

E qui arriva il pezzo gustoso, raccontato nel documentario: Lele Mora vuole una “star internazionale” per un evento e, secondo quanto viene detto in scena, salta fuori proprio il nome di Jenny McCarthy. A quel punto Fabrizio Corona se la gioca di faccia: “La porto io”. Chiede un budget, e la cifra che viene pronunciata è grossa: 200.000 dollari. 

Poi la versione che viene mostrata è questa: Corona vola a Los Angeles, si concede “i primi due giorni” tra palestra, shopping e divertimento, e solo dopo chiama Jenny McCarthy. Le mette sul tavolo un’offerta molto più bassa del budget iniziale: 50.000 dollari per un lavoro in Italia, venduto come una cosa bella, esclusiva, da fare e basta. Nel racconto, lei accetta e firma, Corona torna in Italia e la differenza resta lì, netta: 150.000 dollari di margine. 

E come se non bastasse, arriva la stilettata finale: nel documentario Lele Mora allude chiaramente al fatto che tra Corona e Jenny McCarthy non ci sarebbe stato solo “l’affare”, ma anche una relazione. La reazione di Corona è una risata che, messa lì così, suona come un “sì” senza dire “sì”. 

Il punto non è solo la cifra, che già fa rumore. Il punto è la fotografia di un’epoca in cui la parola “ingaggio” poteva essere un biglietto per entrare ovunque: nelle camere d’albergo, nelle feste, nei rapporti di potere, e pure nelle storie personali. E nella docuserie questa cosa è raccontata con una naturalezza inquietante, come se fosse normale amministrazione.

Alla fine, resta una domanda che pesa più dei conti: era un lavoro o era una scusa? Nel racconto che passa sullo schermo, sembra tutte e due le cose insieme. E quando finisce con quella risata, capisci perché questa scena ti resta appiccicata addosso. Non per l’America, non per Los Angeles, nemmeno per Jenny McCarthy. Ma perché in un minuto ti fa vedere come si facevano affari, e come si bruciavano le fiducie, mentre tutti fingevano di non capire.

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