Inciucioni miei la chiesa era piena, ma sembrava silenziosa come una stanza vuota.
E in quel silenzio, lui si è alzato.
Con la voce rotta, con il cuore in gola.
E ha iniziato a parlare della sua “nonnina”.
Non della diva.
Non dell’icona.
Non della leggenda.
Della sua nonna.
E lì, inciucioni miei, il mondo si è fermato.
“Per me eri di più. Molto di più.”
Le prime parole hanno squarciato l’aria:
“Per me eri anche e soprattutto molto di più.”
E subito ha iniziato a raccontare la parte più bella della vita di Ornella:
quella che nessuno vedeva.
La nonna che gli faceva i “dirighi” prima di dormire.
La nonna che si nascondeva sotto il letto con lui.
La nonna che lo portava a teatro, orgogliosa, emozionata, con gli occhi lucidi per quel nipote casinista che riempiva i camerini di vita.
E lui lo dice proprio:
“Ti divertivi a guardarmi mentre nei camerini intrattenevo chiunque.”
E già qui la gola si chiude.
Le telefonate assurde, le minacce d’amore e quella risata da signora elegante
Poi arriva la parte più vera, più quotidiana, più loro.
La nonna che lo chiamava ogni giorno per sapere dove fosse –
e che poi, dopo la risposta, lo liquidava in un secondo, come solo le nonne sanno fare.
La nonna che lo minacciava di diseredarlo quando bucava un esame.
La nonna che non capiva nulla di tecnologia:
“Nonna, questo è il Bluetooth.”
“Amore, e ‘tic tic’ cos’è?”
La nonna che si piegava in due dalle risate quando lui le raccontava le litigate con la sua fidanzata Angelica:
“E tu cosa hai detto? E lei?”
E poi esplodeva con la sua risata da signora milanese, elegante, ma con la follia bella che la rendeva unica.
E poi, la perla che ti sbriciola il cuore:
“Eri l’unica persona che mi lasciava messaggi in segreteria di tre, quattro minuti… a volte cantando My Funny Valentine, altre volte cambiando quattro o cinque vocine deliranti.”
E qui, inciucioni miei, non si può non piangere.
Perché non è solo una nonna:
è un film, un romanzo, un universo.
“Eri la mia più grande sostenitrice”
Poi lui si ferma un secondo.
Respira.
Guarda la bara.
E dice:
“Eri la mia più grande sostenitrice, quella che credeva in me anche quando ero io il primo a non farlo.”
Non c’è amore più grande di questo.
Nessuno.
La frase che lo ha distrutto: “Tre giorni fa sei andata via senza dirmi niente”
E qui arriva la pugnalata.
“Poi tre giorni fa te ne sei andata senza dirmi niente, così, all’improvviso.”
E aggiunge:
“Me lo dicevi sempre: ‘Amore, prima o poi io dovrò morire’.
Ma io non ti ho mai creduto.”
E come fai a crederci, quando una persona è la tua radice, il tuo sole, la tua casa?
La leggerezza di Ornella: quel dono che nessuno le potrà mai togliere
Poi il nipote parla di ciò che aveva riscoperto nei giorni dopo la morte:
le foto, i video, le canzoni, le interviste.
E legge una frase che lo aveva colpito:
che Ornella, nonostante l’intelligenza, l’età e tutta la vita vissuta,
aveva conservato la leggerezza,
quella bella, bizzarra, fresca, che la rendeva eterna.
E lui dice:
“Lo so, perché quei tuoi occhi da eterna bambina io li conosco bene.”
Gli stessi occhi con cui, quest’estate, lei chiedeva:
“Quest’anno posso fare la stagista come scopritrice di nuovi talenti?”
E lì la chiesa ha sorriso.
Perché era proprio lei:
la donna che non aveva smesso di aspettarsi qualcosa dalla vita.
“Senza il tuo sguardo faccio fatica a immaginare il domani”
E allora arriva la frase che zittisce ogni respiro:
“È proprio senza quello sguardo che, oggi, faccio fatica a immaginare il domani.”
E lo capisci che lui, senza di lei, è come se avesse perso una parte di sé.
Il finale che spezza e cura allo stesso tempo
E poi, inciucioni miei, lui chiude così:
“Ci proverò, te lo prometto.
Continuerò a impegnarmi per le persone che amo, la cosa di me che apprezzavi di più.”
E poi l’ultima frase.
La più semplice.
La più devastante.
“Ciao nonna, ti voglio bene e mi manchi.”
Inciucioni miei…
Non ci sono icone, leggende, star o dive in questo discorso.
C’è solo una nonna e un nipote che si sono amati fino all’ultimo respiro.
E se c’è una cosa che Ornella Vanoni ha lasciato al mondo, oltre all’arte,
è proprio questo:
il modo in cui sapeva amare.


