Inciucioni miei, al Super Bowl di domenica 8 febbraio 2026 Bad Bunny non ha fatto parlare solo per la performance, ma pure per una scelta di stile che ha spaccato il pubblico: niente maison “impossibili”, niente passerelle d’élite. Sul palco dello show dell’intervallo è salito con addosso due look custom Zara, entrambi in tonalità crema, e già questa cosa ha acceso il dibattito tra chi applaude al messaggio e chi storce il naso per la questione etica.
La cosa va capita bene: il Super Bowl è uno di quei palchi dove ogni dettaglio viene letto come un messaggio. Non è solo “come ti vesti”, è che cosa vuoi dire con quel vestito, soprattutto quando l’Halftime Show diventa un evento globale.
Per questo la scelta di Zara ha fatto così rumore: perché sposta l’attenzione dal lusso irraggiungibile a un’idea di stile più pop, più vicino alla gente. Ed è anche per questo che divide: c’è chi la vive come una mossa “democratica” e chi, invece, ci vede un’operazione studiata per far parlare.
IL PRIMO LOOK ZARA: IL NUMERO 64 E “OCASIO”, I SIMBOLI CHE FANNO PARLARE
Partiamo dal primo outfit, quello che ha aperto lo show e che, a livello d’immagine, è stato il più “parlante”. Bad Bunny indossava un completo crema con un dettaglio da manuale di storytelling: una maglia sportiva stile jersey con il numero 64 e il cognome “Ocasio” (il suo nome reale) ben visibile.
Il “64”, secondo diverse ricostruzioni, sarebbe un omaggio legato alla madre (l’anno di nascita), quindi un richiamo intimo buttato lì in mezzo allo show più visto del pianeta. E la cosa interessante è che non è stata una trovata “casuale”: quel look è stato raccontato proprio come pieno di simboli, familiare ma anche identitario.
Dietro lo styling c’è Storm Pablo, con cui Bad Bunny collabora da tempo, mentre i gioielli arrivano dalla mano di Marvin Douglas Linares, che ha spiegato anche la logica del pezzo singolo scelto per completare l’insieme. Ai piedi, invece, niente scarpe da red carpet: Bad Bunny ha puntato su un paio di sneakers della sua collaborazione con Adidas, messe lì con un tempismo che sa di mossa studiata. Sono uscite proprio oggi, così la performance diventa anche la pubblicità più potente che esista.
SNEAKERS ADIDAS E LETTURA “STRATEGICA”: QUANDO LO SHOW DIVENTA ANCHE IMMAGINE
E qui entra l’altra lettura, quella più “strategica”: quando un artista indossa sul palco un prodotto legato a una sua collaborazione, la performance non perde valore, ma l’immagine diventa anche una vetrina potentissima. È il classico corto circuito tra spettacolo e industria: tu stai guardando lo show, intanto il look crea desiderio, trend, ricerche e conversazioni. E Bad Bunny queste dinamiche le conosce benissimo, perché negli anni ha costruito un’identità in cui musica, moda e cultura pop stanno insieme in modo naturale.
E proprio per questo la scelta di Zara ha un peso diverso rispetto a un “semplice outfit”. Perché il Super Bowl non è una sfilata, ma finisce per dettare estetica, tendenze e conversazioni anche a chi della moda non si occupa. Quando su quel palco compare un marchio percepito come accessibile, la notizia non è solo “quanto costa”, ma l’effetto domino: gente che cerca i capi, articoli che ricostruiscono i dettagli, social che trasformano il look in tema del giorno.

E poi c’è il tema dei simboli: il numero 64 e il cognome “Ocasio” non sono solo decorazioni, sono un modo per lasciare un segno personale dentro uno show gigantesco. È come dire: ok lo spettacolo è globale, ma io porto dentro una cosa mia, familiare, identitaria, che non si compra.
Infine, la contraddizione che ha fatto più rumore: “moda per tutti” funziona come idea, ma diventa più complicata quando si mescola a elementi di super lusso. Ed è lì che la discussione cambia tono: non più “che bello, è Zara”, ma “che messaggio passa davvero, se nello stesso look convivono accessibilità e status symbol?”.
IL SECONDO LOOK TRA ACCESSIBILITÀ E LUSSO: PERCHÉ LA POLEMICA SUL FAST FASHION È ESPLOSA
Poi arriva il cambio d’abito: durante lo show (con un passaggio in cui compare anche Lady Gaga), Bad Bunny si presenta con il secondo look, sempre Zara, sempre crema, ma più “tailoring”: un completo con un’impostazione più elegante e accessori più evidenti. Qui spuntano gli occhiali Miu Miu e, al polso, un Audemars Piguet Royal Oak in oro 18 carati. Ed è proprio in questo punto che l’“inciucio” si fa interessante: perché l’idea di base che molti hanno letto è chiarissima: portare sul palco più importante del mondo un marchio che, in teoria, è “alla portata” di tanti. Un messaggio di uguaglianza e di immaginario democratico: se lo indossa lui al Super Bowl, allora non è necessario vestirsi solo di lusso per contare qualcosa.
Però c’è l’altra faccia della medaglia, e non è piccola. Zara è un colosso della moda a basso costo, con tutte le discussioni che questa categoria si porta dietro: produzione veloce, consumi rapidi, capi che diventano “usa e getta”. Il punto non è fare la morale, ma guardare l’effetto: quando un artista con quell’influenza normalizza e rende desiderabile il fast fashion su un palco globale, l’impatto culturale è enorme. E allora l’immagine dell’“uguaglianza” rischia di scricchiolare quando, nello stesso secondo look, compaiono accessori che non sono certo per tutti, come l’orologio di fascia altissima: la cifra circolata per quel Royal Oak è intorno ai 75.000 dollari, che con i cambi di questi giorni significa circa 63.000 euro.
Il punto vero, però, è che “moda per tutti” è una frase che suona bene finché non la guardi da vicino. Perché l’accessibilità è reale, ma si porta dietro domande sull’impatto e sulle abitudini che quel consumo alimenta. E in più c’è la contraddizione che ha fatto discutere di più: da un lato un marchio percepito come “pop”, dall’altro accessori da super lusso che riportano l’asticella su un altro livello. Ed è lì che la discussione si accende: non tanto sul look in sé, ma su che tipo di messaggio arriva davvero a chi guarda.
Morale dell’inciucio: la scelta di Bad Bunny resterà nella storia più per quello che ha acceso, la discussione sul rapporto tra accessibilità, marketing e responsabilità, che per un “momento moda” destinato a diventare iconico per estetica pura. E forse è proprio questo il punto: non sempre il look deve essere memorabile perché “bello”, a volte lo diventa perché divide, stuzzica e costringe tutti a prendere posizione.


