Inciucioni miei, alla fine Andrea Pucci ha fatto quello che in pochi, pochissimi, avrebbero avuto il coraggio di fare. Dopo giorni di polemiche, discussioni infinite, processi alle intenzioni e un clima diventato sempre più pesante, ha deciso di rinunciare alla co conduzione del Festival di Sanremo 2026. Niente teatrini, niente mezze frasi, niente giri di parole: un passo indietro netto, rivendicato, spiegato. E soprattutto fatto con un’eleganza che, piaccia o no, va riconosciuta.
La notizia arriva dopo l’annuncio ufficiale della sua partecipazione al Festival e dopo una serie di attacchi che hanno trasformato un’ipotesi artistica in un caso mediatico. Andrea Pucci, comico da oltre trent’anni, abituato ai palchi, al pubblico e anche alle critiche, questa volta si è trovato davanti a qualcosa di diverso: non un confronto sul lavoro, ma un accanimento continuo che ha travalicato i confini dello spettacolo per diventare personale.
Nel suo lungo messaggio, Pucci è stato chiarissimo. Ha ricordato di fare ridere la gente da trentacinque anni, di aver sempre portato sul palco usi e costumi del Paese, giocando sui caratteri dell’uomo e della donna, come fa la tradizione della comicità popolare italiana. Poi però arriva il punto centrale: insulti, minacce, epiteti rivolti non solo a lui ma anche alla sua famiglia. A quel punto, dice Pucci, viene meno il patto fondamentale con il pubblico, quello che permette a un comico di salire su un palco con serenità.
Ed è lì che scatta la decisione. Rinunciare. Non perché non all’altezza, non per paura, ma perché i presupposti per esercitare il proprio mestiere, parole sue, sono venuti a mancare.
Una scelta che pesa ancora di più se si considera il momento personale dell’artista. Pucci parla apertamente di ciò che gli è accaduto fisicamente negli ultimi tempi, del fatto che a sessantuno anni non sente il bisogno di entrare in una lotta intellettualmente impari, che non gli appartiene. Parole che suonano come un confine tracciato con lucidità: io sono questo, faccio questo, e non intendo diventare altro per compiacere il dibattito permanente.
Nel suo messaggio non manca il ringraziamento a Carlo Conti, alla Rai e a chi ha creduto in quella proposta che per lui sarebbe stata una celebrazione importante. Nessuna porta sbattuta, nessuna invettiva, solo un arrivederci educato e un augurio di successo al Festival. Un modo di uscire di scena che, nel caos dei social e delle polemiche urlate, appare quasi fuori moda.
In tutto questo, impossibile non notare il ruolo di una parte della critica mediatica, con Selvaggia Lucarelli in prima linea. Le sue prese di posizione hanno contribuito ad alimentare un clima di scontro continuo, trasformando il nome di Pucci in un simbolo, più che in un artista da valutare per quello che fa sul palco. È legittimo criticare, è legittimo non apprezzare un tipo di comicità, ma quando il dibattito si sposta dalla scena alla persona, il rischio di superare il limite è dietro l’angolo.
Pucci, dal canto suo, risponde senza alzare la voce. Dice che nel 2026 termini come fascista non dovrebbero più esistere, che esistono persone di destra e di sinistra che si confrontano in una democrazia. Ribadisce di non aver mai odiato nessuno e di non riconoscersi in etichette che parlano di omofobia o razzismo come se fossero sentenze definitive. È una presa di posizione politica? No. È la rivendicazione di un’identità artistica che rifiuta di essere schiacciata dentro schemi rigidi.
Alla fine resta un dato: Andrea Pucci ha rinunciato a Sanremo, ma lo ha fatto scegliendo lui il momento e il modo. In un Paese in cui spesso si resta attaccati alle poltrone anche quando il clima è irrespirabile, questa rinuncia suona come una mossa da gran signore. Si fa un passo indietro, si saluta, e si torna a fare quello che si è sempre fatto: teatro, pubblico, risate. Lontano dal rumore.


