Inciucioni miei, Achille Costacurta è tornato a parlare davanti a tutti, stavolta nello studio di Verissimo. Dopo il podcast One More Time, dove per la prima volta aveva messo in fila la sua adolescenza tra arresto, TSO, abuso di sostanze, rabbia e una diagnosi di ADHD arrivata tardi, l’attenzione su di lui è riesplosa. E a Verissimo ha ripreso quel filo per dire dove si è rotto tutto e come sta provando a rimettersi in piedi.
E nel mezzo c’è un dettaglio che ha colpito parecchio: durante le festività, Achille è stato volontario con i City Angels di Milano distribuendo cibo ai senzatetto, insieme a Martina Colombari e Billy Costacurta. Un gesto concreto, lontano dai riflettori, che stona con l’immagine del “ragazzo fuori controllo” che tanti hanno in testa e che invece racconta una cosa diversa: sta provando a rimettere ordine anche facendo qualcosa per gli altri.
CHI È ACHILLE COSTACURTA E PERCHÉ IL SUO RACCONTO È TORNATO OVUNQUE
Achille Costacurta è l’unico figlio di Martina Colombari e Billy Costacurta. È nato il 2 ottobre 2004. È cresciuto con genitori famosissimi ma con una scelta precisa: proteggerlo il più possibile dalla vetrina, anche quando era praticamente impossibile.
A Verissimo entra sorridente, ma la storia che racconta non è leggera. E parte da un punto preciso: la scuola e quel senso di “ingiustizia” che gli accendeva la rabbia.
«Oggi guardo con il sorriso al mio passato. Ho iniziato a sentire qualcosa che stava cambiando quando non mi hanno ammesso all’esame di terza media per colpa del comportamento. Già da scuola sono iniziati i primi problemi. Mi arrabbiavo molto sulle ingiustizie. Non potevo andare a scuola con i capelli legati, con il cappello in classe. Ho cambiato un pò di scuole. Ho iniziato a fumare le canne a 14 anni tutto il giorno tutti i giorni fino ai 18 anni. E poi è arrivata una denuncia perché spacciavo. Finisco in un centro minorile. Era il periodo del Covid quindi ho passato 14 giorni da solo in isolamento prima di entrare a contatto con altri ragazzi».
Dentro quel periodo, Achille infila anche la parte familiare: la calma dei genitori fuori, la tempesta dentro.
«I miei si facevano vedere sereni. Mia madre mi scriveva delle lettere dove mi raccontava cosa faceva. Dopo due anni che ero lì, dopo diversi tentativi di fuga, non ce la facevo più e ho tentato di togliermi la vita bevendo 7 boccette di metodene. Sono entrato in coma. Io ricordo solo che ero in ambulanza e mi addormento. Quando mi sono svegliato tutti piangevano. Era quasi un miracolo, era impossibile risvegliarsi da questa cosa».
I SETTE TSO E QUEL MOMENTO IN CUI VEDE PIANGERE IL PADRE
Nello studio, Achille parla anche dei TSO e di quanto quel passaggio abbia segnato i rapporti, soprattutto con suo padre. Non lo racconta come una “storia da shock”, ma come una sequenza di cose che succedono quando non stai più guidando niente.
«Ho visto pochissime volte piangere papà. Una di quelle rare volte è stato qaundo gli ho detto che volevo porre fine alla mia vita. A quell’episodio sono seguite ben 7 Tso. Dopo un periodo sono andato in una clinica in Svizzera, là mi hanno proposto di assumere un farmaco a base di chetamina. Dopo l’ultima ricaduta in Colombia, dove ho esagerato con le droghe, non è più successo. Mi hanno diagnosticato l’ADHD e hanno trovato la cura giusta per me».
E qui arriva uno dei passaggi più importanti del suo racconto: il motivo per cui usava sostanze, almeno secondo ciò che gli è stato spiegato durante il percorso terapeutico.
«Perché usavo queste sostanze? In Svizzera mi hanno spiegato che cercavo di curare i traumi che avevo da solo con le droghe. Con l’ADHD hai un disturbo dell’attenzione che non ti fa contare fino a 10, perdevo la pazienza facilmente».
IL TENTATIVO DI SUICIDIO CON IL METADONE E LA PARTE PIÙ CRUDA
Achille rientra anche su un episodio che aveva già raccontato altrove e che resta uno dei punti più duri, perché è specifico, dettagliato, senza filtri.
«Ho iniziato a spacciare fumo. Arrivata la quarantena, tutti chiusi in casa, fumo non ce n’è. A me riusciva ad arrivare comunque tramite dei canali, avevo creato una rete e mi hanno arrestato a 15 anni e mezzo. Quindi faccio il mio primo compleanno dei 16 anni lì, centro penale comunità terapeutica. Non ce la facevo più, aspetto la notte quando c’è un solo operatore ed entro in ufficio, lo distraggo e prendo le chiavi dell’infermeria. Lo chiudo dentro l’ufficio, lui con le sue chiavi riesce a uscire. Io però nel frattempo ero già in infermeria e prendo tutto il metadone che c’era, sette boccettine, mi chiudo in bagno e le bevo tutte, volevo suicidarmi. Arrivano i pompieri e sfondano la porta, poi l’ambulanza. Nessun medico ha saputo dirmi come io sia ancora vivo perché l’equivalente di sette boccettine di metadone sono sui 35, 42 grammi di eroina. La gente muore con un grammo».
Sono parole pesanti, e lo sono ancora di più perché arrivano da uno che non sta cercando di fare il personaggio maledetto: sta raccontando una cosa successa davvero, con l’idea di non tornarci più.
LA SVIZZERA COME SVOLTA E LA LOGICA DEL “O VAI O RESTI”
Nel racconto di Achille, la clinica in Svizzera è il punto in cui cambia l’approccio: non “ti salvo io”, ma “scegli tu, però sul serio”.
«Quando sono andato in clinica in Svizzera mi hanno detto: “se fossi stato fuori altri 10 giorni saresti morto” perché hai il cuore a riposo a 150 battiti (..). La Svizzera da così a così, ti dicono: “Tu sei qua e puoi scegliere, se ti vuoi drogare c’è la strada, puoi andare e puoi fare quello che vuoi, vai. Se tu invece hai bisogno di una mano, vieni qua e noi ti aiutiamo”. Mi hanno fatto cambiar vita, grazie a loro io non mi drogo più. Il loro approccio ti fa capire veramente le cose importanti. Li ringrazierò per tutta la vita».
E dentro questa ripartenza ci infila anche un obiettivo pratico: tornare a chiudere i buchi lasciati indietro, riprendersi il tempo, rimettere le basi.
IL GESTO CON I CITY ANGELS: IL SEGNALE CHE NON È SOLO PAROLE
E qui torna quel dettaglio che mancava e che va scritto chiaro: durante le feste, Achille non è rimasto chiuso nel suo mondo. È stato volontario con i City Angels di Milano distribuendo cibo ai senzatetto insieme a Martina Colombari e Billy Costacurta.
Non è un “momento social”, è una scelta che ha un senso preciso dentro la sua storia: dopo anni in cui la sua energia finiva tutta in autodistruzione, ora prova a metterla anche in qualcosa di utile e reale.
IL FUTURO, L’IDEA DI AIUTARE GLI ALTRI E QUELLA FRASE SUL TEMPO
Quando parla di futuro, Achille dice una cosa semplice: vuole usare quello che ha vissuto per costruire qualcosa.
«Da questo passato burrascoso ho imparato che la cosa più importante è il tempo».
E poi:
«Da grande vorrei aprire un centro per disabili e portarli in giro a fare attività. L’idea è nata quando ho dovuto fare dei lavori socialmente utili. Lì ho fatto questa prima esperienza».
Il quadro finale è questo: Achille Costacurta non sta raccontando una favola con il fiocco. Sta dicendo che ha toccato punti terribili, che ci sono state ricadute, che la diagnosi di ADHD e la terapia giusta hanno cambiato le cose, e che adesso la sfida vera è restare stabile. Non per convincere il pubblico, ma per non tornare in quel buco. E se in mezzo ci mette pure un turno coi City Angels, è perché la ripartenza, quando è reale, passa anche da lì.


